FOCUS- Genitori, dirigenti e il diritto “a non essere campioni”

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Lo Scarpino d'Oro

Da un caso che ha coinvolto genitori, dirigenti di calcio e i giovani calciatori nasce lo spunto per una riflessione sul tema.

Cosa non si fa per inseguire un sogno. «Ricordo bene alcuni genitori che di mestiere facevano i macellai: davano tre chili di carne ai loro bambini da regalare all’allenatore — racconta Sergio Vatta, guru dei vivai e storico allenatore delle giovanili granata e azzurre —. In cambio, però, volevano vedere il loro pargolo giocare tra i titolari. Ma guai a legittimare certi comportamenti».

Sì, perché stando a dati e statistiche aggiornati soltanto un bambino su 5.000 riesce ad arrivare fino alla Serie A di calcio. E il trend, preoccupante, è in continuo calo.

Ma i restanti 4.999 devono poter comunque inseguire un sogno, senza l’ansia da prestazione spesso trasmessa proprio dai genitori. E senza spintarelle, naturalmente. Senza le antipatiche e italianissime raccomandazioni. «Per carità — è il monito severo di Vatta — le raccomandazioni nel calcio, e non solo, sono una vera e propria bomba a orologeria».

È di venerdì la notizia della protesta dei genitori di dodici bambini della scuola calcio Juventus Sisport, che alla tenera età di 9 anni sono stati «tagliati» e invitati ad andare a giocare altrove.

Dopo tre o quattro stagioni nel vivaio, questi Pulcini bianconeri del 2009 non potranno più calpestare l’erba verde dei campi di via Olivero. Ma dal momento che quel tipo di selezione avviene solitamente attorno ai 12 anni, i genitori dei bimbi esclusi hanno inviato una lettera alla scuola calcio, alla Figc e alla Juventus. Hanno ricordato la Carta dei diritti dei bambini emanata dalla Figc, che comprende «il diritto di non essere un campione».

Anche Aldo Agroppi conosce la materia, avendo bazzicato a lungo il mondo del calcio giovanile e non: «Ci sono genitori che impazziscono letteralmente nel vedere i loro figli con la maglia della squadra del cuore. Gli allenatori e i dirigenti capiscono la sinfonia e si crea un sottobosco nel quale poi entrano in scena anche i procuratori. In Italia l’unica cosa lecita è l’illecito, viviamo in un ambiente inquinato. Le raccomandazioni sono ovunque, anche nel calcio. C’è un desiderio sfrenato di vedere i propri figli affermarsi».
Tra tanti aneddoti, Agroppi sceglie quello più clamoroso: «Ricordo una coppia di genitori che, illusi da un allenatore che timbrò il loro figlio come un futuro campione, acquistarono una splendida casa. Dopo qualche anno, non potendo pagare il mutuo con l’ingaggio del figlio, dovettero ipotecarla».
Su una cosa Vatta e Agroppi sono assolutamente d’accordo: «Guai a creare illusioni o a bruciare sogni. Il calcio, a nove anni, deve essere divertimento. Chi ferma i bambini andrebbe a sua volta fermato».

Per la scuola calcio Sisport Juventus parla Corrado Bonagrazia, che dal 2015 al 2017 è stato il coordinatore dell’area tecnica, ruolo che adesso ricopre nel settore giovanile dell’Alessandria: «Stiamo parlando di una realtà di grandissime dimensioni, con circa 1.100 bambini suddivisi in sei o sette impianti sportivi. Nessuno sgarbo. Alla Sisport hanno dinamiche aziendali, certi tagli sono dovuti esclusivamente al budget oppure a decisioni strategiche e organizzative. Il benessere dei bambini è comunque la cosa più importante. Mi viene soltanto da dire che la decisione poteva magari essere comunicata ai genitori con maggiore preavviso». Bonagrazia, poi, ricorda di aver avuto tra i suoi allievi della scuola calcio tanti figli di calciatori: «Ma nessuno è mai stato tutelato più dei loro compagni di squadra». Insomma, mai visto alcun episodio di clientelismo: «Durante la mia esperienza alla Sisport, nessuno mi ha mai chiesto di far giocare un bambino in un gruppo piuttosto che in un altro. Mai ricevuto proposte indecenti. Mai avuto a che fare con situazioni che sarebbero fortemente imbarazzanti».

Fonte: corriere.it

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